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Governo chiamato a decidere cos’è montagna: rischio esclusione per molti comuni

Il governo rivede i criteri per definire i comuni montani: molti enti locali rischiano di perdere fondi e agevolazioni previste dalla legge sulla montagna.

La revisione della definizione di montagna apre un nodo politico e finanziario

La nuova legge per la montagna, approvata dal Parlamento a settembre, ha fatto emergere una questione rimasta irrisolta per oltre settant’anni: che cosa si intende davvero per comune montano. In Italia circa il 35% del territorio nazionale è effettivamente montuoso, ma i comuni classificati come montani sono molti di più, arrivando a coprire oltre il 43% delle amministrazioni locali.
Questa discrepanza ha spinto il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli a istituire una commissione di esperti incaricata di ridefinire i criteri di classificazione, con l’obiettivo dichiarato di rendere più mirati gli interventi pubblici e razionalizzare la spesa.

Perché la classificazione è decisiva per i comuni

Fondi, deroghe e servizi essenziali in gioco

La definizione di “comune montano” non è una questione formale. Rientrare in questa categoria consente agli enti locali di accedere a finanziamenti dedicati, agevolazioni fiscali e deroghe normative fondamentali per garantire servizi di base.
La legge sulla montagna, ad esempio, prevede la distribuzione di 200 milioni di euro per contrastare lo spopolamento e rafforzare servizi come asili e scuole, oltre a consentire deroghe ai parametri minimi sul numero di alunni necessari per mantenere aperti gli istituti scolastici.

Per molti piccoli comuni, soprattutto quelli con meno di 2.000 abitanti, perdere la qualifica di montano significherebbe ridurre drasticamente la capacità di tenuta amministrativa e sociale.

Criteri superati e nuove ipotesi allo studio

Dalla legge del 1952 alle nuove proposte

I criteri oggi in vigore risalgono a una legge del 1952, che definiva montani i comuni con almeno l’80% del territorio sopra i 600 metri, oppure con un dislivello superiore ai 600 metri, e con specifici requisiti economici basati su parametri ormai obsoleti.
L’elenco dei comuni montani è oggi gestito dall’UNCEM, mentre l’ISTAT utilizza criteri differenti, basati quasi esclusivamente sull’altitudine.

All’interno della commissione nominata dal governo si confrontano posizioni molto diverse. Alcuni esperti propongono criteri più restrittivi, basati solo su altitudine superiore ai 600 metri e pendenza media del territorio: una scelta che porterebbe all’esclusione di centinaia di comuni. Altri sostengono invece un approccio più inclusivo, che tenga conto anche di fattori socioeconomici e di isolamento territoriale.

Il rischio concreto di un taglio ai comuni montani

Regioni e sindaci in allarme

Le ipotesi circolate nelle ultime settimane hanno allarmato numerosi sindaci, soprattutto nelle aree appenniniche e nel Mezzogiorno, dove la morfologia del territorio non sempre coincide con i parametri altimetrici più rigidi.
Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha avvertito che, nella sua regione, i comuni montani potrebbero passare da 148 a circa 80, con una riduzione quasi del 50%.

Senza un accordo all’interno della commissione, la decisione finale spetterà al ministro Calderoli, con tempi stretti: il 19 dicembre è previsto un voto in Conferenza Stato-Regioni.

La posizione dell’UNCEM: guardare ai bisogni, non solo all’altitudine

Un Paese montano troppo diverso per un solo criterio

Secondo Marco Bussone, presidente dell’UNCEM, il problema non è solo tecnico ma strutturale. «Trovare criteri validi per tutta l’Italia è quasi impossibile», ha spiegato, ricordando che Alpi, Appennini e aree montane del Sud e delle isole presentano caratteristiche profondamente diverse.
Per Bussone, più che stabilire una soglia altimetrica unica, sarebbe necessario valutare i reali bisogni dei territori, considerando isolamento, accessibilità ai servizi e fragilità demografica. In caso contrario, il rischio è alimentare una contrapposizione tra comuni, senza risolvere le disuguaglianze che la politica per la montagna dovrebbe contrastare.

Fonte: Il Post – www.ilpost.it

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