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Piccoli comuni lombardi: la sfida tra spopolamento e carenza di personale

Il panorama amministrativo della Lombardia rivela un dualismo profondo: da un lato la vitalità delle grandi metropoli, dall’altro la resilienza silenziosa dei piccoli centri. Secondo l’ultima istantanea scattata dalla Fondazione Ifel-Anci, il 68,5% dei municipi regionali (1.027 enti) si colloca sotto la soglia dei 5.000 abitanti. Queste realtà, pur rappresentando l’ossatura del territorio, si trovano oggi a fronteggiare una “tempesta perfetta” fatta di invecchiamento precoce, emorragia di personale e un persistente divario di genere nelle posizioni di vertice.

La crisi dell’organico negli enti locali della Lombardia

Uno dei nodi più critici per la sopravvivenza dei piccoli comuni è la gestione del personale. Nell’ultimo decennio, la regione ha perso circa 8.000 unità lavorative nel comparto pubblico locale. Il dato è particolarmente allarmante nei centri minori: se nei comuni sopra i 5.000 abitanti si contano circa 5,49 dipendenti ogni 1.000 residenti, la media scende drasticamente nelle realtà intermedie.

Tuttavia, emerge un paradosso statistico nei micro-comuni (sotto i 500 abitanti), dove il rapporto sale a 9,58 dipendenti per 1.000 abitanti. Questo dato non indica un’abbondanza di risorse, bensì la necessità di mantenere servizi minimi essenziali a fronte di una popolazione estremamente ridotta, rendendo la gestione amministrativa proporzionalmente più onerosa.

Il fenomeno delle unioni e delle fusioni comunali

Per ovviare alla carenza di risorse umane e strumentali, molti enti hanno intrapreso la strada delle Unioni di Comuni. Attualmente se ne contano 128 tra le realtà più piccole, un numero in leggero calo rispetto al passato a favore dei processi di fusione vera e propria. Dal 2017 a oggi, il numero totale dei comuni lombardi è sceso da .1527 a 1.501, segno di un consolidamento necessario per garantire la continuità amministrativa.

Identikit dei sindaci: giovani amministratori e gender gap

Sul fronte della rappresentanza politica, i piccoli comuni mostrano dinamiche contrastanti. Si registra una maggiore propensione a dare spazio alle nuove generazioni: la quota di sindaci under 35 è del 5,6%, un dato superiore rispetto ai centri più grandi.

Al contrario, la questione di genere rimane un nervo scoperto. Nei piccoli centri, le donne alla guida del municipio sono solo il 16,8%, contro il 21,4% registrato nelle città sopra i 5.000 abitanti. La “fascia tricolore” resta dunque un ruolo prevalentemente maschile, con un divario che fatica a colmarsi nonostante il ricambio generazionale.

Economia e demografia: l’invecchiamento dei borghi

Il dato demografico è forse quello che desta maggiore preoccupazione per la tenuta sociale dei territori. Nei comuni sotto i 500 abitanti, l’indice di vecchiaia ha raggiunto quota 340,7: in termini pratici, gli over 65 sono più del triplo rispetto ai ragazzi sotto i 14 anni.

Questo squilibrio si riflette anche sulla ricchezza prodotta:

  • Reddito medio nei piccoli comuni: 27.668 euro.

  • Reddito medio nei centri sotto i 500 residenti: 24.825 euro.

  • Reddito medio nei comuni sopra i 5.000 residenti: 32.728 euro.

Nonostante la minore ricchezza dei residenti, questi piccoli enti ricevono i trasferimenti statali più alti, con punte di 2.343 euro pro capite per i centri piccolissimi, necessari a coprire spese di gestione che, in territori a bassa densità (appena 23 abitanti per kmq), diventano insostenibili con le sole entrate locali.

Fonte: Fondazione Ifel – Anci

 

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