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Pnrr e territori: lo stato di avanzamento dei progetti tra ritardi e definanziamenti

A pochi mesi dalla scadenza definitiva del Piano nazionale di ripresa e resilienza, fissata per giugno 2026, l’attenzione si sposta sulla capacità di spesa degli enti locali. Regioni, Province e Comuni gestiscono oggi una quota massiccia di risorse, pari a circa 47,5 miliardi di euro, ma il quadro delineato dalla Corte dei conti rivela un’attuazione a due velocità, segnata da colli di bottiglia burocratici e pesanti rimodulazioni finanziarie.

I numeri del Pnrr territoriale: una gestione da 47 miliardi di euro

Secondo l’ultimo monitoraggio basato sui dati della piattaforma Regis, gli enti territoriali sono responsabili di oltre 96.000 interventi. Di questi, la stragrande maggioranza (circa 66.500) fa capo direttamente agli enti locali, mentre la restante parte è suddivisa tra amministrazioni regionali e sistema sanitario.

Il ruolo centrale dei Comuni e delle Città metropolitane

I Comuni rappresentano il perno dell’attuazione territoriale, con una dote finanziaria di oltre 24,5 miliardi di euro. Tuttavia, se si guarda al valore medio dei singoli interventi, sono le Città metropolitane a gestire i progetti più complessi, con una media di 2,5 milioni di euro per cantiere, seguite dalle Province con 1,7 milioni. Il Pnrr copre mediamente il 78% del costo totale delle opere, lasciando il resto a cofinanziamenti derivanti da risorse proprie o fondi nazionali complementari.

Avanzamento finanziario: completato solo un terzo delle opere

Il dato più critico riguarda l’effettivo stato di avanzamento finanziario. Al termine dell’estate 2025, risulta realizzato solo il 33% del valore complessivo degli interventi, per un totale di circa 19,3 miliardi di euro già spesi o certificati. Sebbene la chiusura formale dei progetti (ferma al 2,1%) sia un dato tecnicamente ritardato dai tempi della rendicontazione amministrativa, il gap tra fondi impegnati e pagamenti effettuati resta significativo.

Le Province guidano la classifica della produttività

Analizzando le diverse tipologie di ente, emerge una sorpresa: le Province sono i soggetti attuatori più “avanti” nel cronoprogramma finanziario, con il 38,9% delle risorse già messe a terra. Seguono le Regioni (33,7%) e i Comuni (32,7%), che pur gestendo il volume più alto di progetti, risentono maggiormente della frammentazione degli interventi e delle carenze di personale tecnico.

La scure dei tagli: 4,5 miliardi in meno per la rigenerazione urbana

I ritardi accumulati nella fase di progettazione e aggiudicazione hanno spinto il governo verso una drastica revisione del Piano. Per evitare di perdere i fondi europei a causa del mancato rispetto delle scadenze, sono stati definanziati oltre 4.650 progetti, per un valore complessivo di 4,5 miliardi di euro.

La componente più colpita è stata quella dedicata alle infrastrutture sociali e alla rigenerazione urbana (Missione 5), che ha visto sfumare l’86% dei tagli totali. Particolare preoccupazione desta il Mezzogiorno, dove le difficoltà tecniche e l’aumento dei costi delle materie prime hanno reso i progetti più vulnerabili alle rimodulazioni.

Governance e criticità: i nodi che frenano la volata finale

La Corte dei conti individua nella governance multilivello il principale ostacolo alla fluidità dei lavori. Il coordinamento tra le amministrazioni centrali, titolari delle risorse, e i soggetti attuatori periferici risulta spesso farraginoso.

A questo si aggiungono tre criticità strutturali:

  • Carenza di personale: Molti piccoli Comuni non dispongono di esperti in grado di gestire le complessità dei bandi europei.

  • Rincaro dei prezzi: L’inflazione energetica e dei materiali ha imposto continue revisioni dei quadri economici, rallentando i cantieri.

  • Gap di liquidità: Gli enti territoriali hanno dovuto anticipare circa 5,8 miliardi di euro dai propri bilanci a causa di tempi di trasferimento dei fondi dal centro alla periferia non sempre allineati alle necessità dei cantieri.

Fonte: Openpolis – openpnrr.it

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